TORNADO D’ITALIA

Alcune aree della nostra Penisola sono tra le più colpite al mondo, e l’intensità dei fenomeni è in aumento. Un nuovo studio spiega perché.

Il mostro arrivò dal mare, quel pomeriggio d’autunno. Un violentissimo vortice d’aria e acqua nato da una cella temporalesca sul mare Ionio, uno dei tanti che colpiscono la nostra Penisola e che spesso si esauriscono prima di toccare terra. Quel 28 novembre del 2012, però, alle 10:50 il tornado varca la linea di costa nei pressi della città di Taranto e si dirige verso lo stabilimento dell’Ilva. Invece di indebolirsi, si intensifica. E quando arriva sopra l’acciaieria è al pieno delle sue forze: con i suoi venti che toccano i 250 km/h, abbatte una gru e scaraventa un operaio in mare. Poi continua la sua corsa fino a Statte, un paesino della zona: fa crollare due case del centro storico, ne scoperchia altre, danneggia il campanile della chiesa e infrange i vetri di una scuola media, dove nove bambini rimangono feriti. Il tornado di Taranto è stato uno dei più violenti delle nostre cronache, ma è solo uno dei tanti, un centinaio, che ogni anno colpiscono il nostro Paese; con punte, in alcune zone, in cui la densità è tra le più elevate al mondo. Un fenomeno che rischia di intensificarsi nei prossimi anni.

D’ARIA, D’ACQUA E… DI FUOCO.

A stabilirlo è un recente studio di Mario Marcello Miglietta, ricercatore del Cnr-Isac e docente all’Università del Salento, che con Ioannis Matsangouras, del servizio meteorologico greco (anche la Grecia è particolarmente interessata da questi eventi), ha raccolto i dati di ogni tipo di vortice che si è verificato negli ultimi dieci anni sul nostro territorio. Già, perché innanzitutto bisogna distinguere tra i vari fenomeni. A cominciare da tornado e trombe d’aria: «Spesso i due termini sono usati come sinonimi; ma in realtà non lo sono», osserva Miglietta. «La differenza è nelle dimensioni: i tornado hanno un diametro di qualche centinaio di metri e percorrono anche diverse decine di chilometri prima di dissolversi; le “trombe d’aria”, invece, hanno un diametro non superiore a un centinaio di metri e una forza distruttiva molto inferiore». Furono tornado, e tra i più violenti, il mulinello che l’11 settembre del 1970 si formò sui Colli Euganei per poi scendere verso Venezia e terminare sul Litorale del Cavallino, dopo aver lasciato dietro di sé 36 vittime e milioni di euro di danni; e quello che il 7 luglio 2001 colpì la Brianza, con capannoni scoperchiati e distrutti, e automobili spostate anche di 200 metri.

DI NATURA DIVERSA.

Ci sono poi le trombe marine, che nascono in mare e sono simili alle trombe d’aria, ma che possono intensificarsi se e quando raggiungono la terraferma. E i più rari “diavoli di fuoco”, che si formano in seguito a risalita di aria calda prodotta da un incendio di grandi dimensioni e possono creare danni gravi. La differenza nella forza e nella capacità distruttiva di questi fenomeni è legata al modo con il quale si formano. Quelli più intensi nascono in presenza di condizioni di forte instabilità: tipicamente aria calda e umida vicina al suolo, aria più fredda in quota e vento in rotazione. Queste condizioni possono innescare all’interno di un temporale un grande vortice, chiamato mesociclone, che ha un diametro di alcuni chilometri. Ed è solitamente al suo interno che nascono i tornado (v. schema nella pagina a fianco). Le trombe d’aria, invece, così come le trombe marine più deboli, possono formarsi semplicemente dallo scontro tra venti che provengono da direzioni differenti. «Le trombe marine si sviluppano principalmente d’estate e in autunno, dopo che le temperature del mare sono salite nei mesi più caldi», spiega Miglietta. «La densità media in Italia è di quasi un evento per anno ogni 100 km di costa». In diversi casi, però, sono stati osservati anche più vortici simultaneamente; come è successo il 23 giugno 2013, quando in prossimità dell’Istria sono comparse ben sei trombe marine tutte insieme. Le trombe d’aria sono più frequenti a fine primavera e in estate, a seguito di irruzioni di aria fredda negli strati più alti dell’atmosfera, sopra il suolo caldo. Non tutte le zone sono ugualmente a rischio. «Il maggior numero dei casi si è verificato sulle coste di Lazio e Toscana, nelle pianure del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, e nel Salento», riassume Miglietta, «dove sono stati registrati eventi in quantità confrontabili con quelle della “Tornado Alley” negli Usa, una delle più colpite al mondo».

I PIÙ FORTI.

I vortici italiani sono generalmente più deboli; ma non mancano i tornado veri e propri. Negli ultimi dieci anni ce ne sono stati almeno 24 con intensità uguale o superiore alla categoria 2 della scala EF (“Enhanced Fujita”), che va da 0 a 5. Oltre a quello che colpì Taranto (EF3) nel 2012, ve ne fu uno nel 2015 che interessò Mira e Dolo, in provincia di Venezia, che fu classificato EF4, cioè con venti che superarono i 267 chilometri orari. La storia ricorda anche la “Tromba del Montello”, che il 24 luglio 1930 interessò Volpago del Montello (Treviso). Fu classificato come EF5, con raffiche che toccarono i 500 km orari, percorse 80 chilometri in 84 minuti prima di dissolversi e lasciare dietro sé 23 vittime e danni ingentissimi.

CONDIZIONI FAVOREVOLI.

Se questa è la situazione oggi, come si evolverà in futuro? «Dieci anni di rilevamenti statistici sono pochi per trarre conclusioni», osserva Miglietta, «ma sembrerebbe che non sia in corso un aumento del numero di eventi. I valori sono rimasti più o meno costanti, anche se in alcuni anni è stata registrata un’attività più intensa. Come nel 2014, quando furono osservati 76 tra tornado e trombe d’aria sulla terraferma (rispetto alla media di 37)». Il motivo? In quell’occasione, d’estate, ci fu aria fredda in quota, che rimase per un lungo periodo sulla nostra penisola. E questa, in combinazione con la calda temperatura del Mediterraneo, ha determinato condizioni di instabilità ideali per la formazione di vortici e turbolenze. In un’ulteriore ricerca, apparsa recentemente sulla rivista Scientific Reports, un altro gruppo coordinato da Miglietta ha scoperto, con simulazioni al computer, che una variazione di temperatura del Mediterraneo anche solo di 1 °C potrebbe far aumentare l’intensità dei temporali e quindi dei tornado. «Nel caso del tornado di Taranto del 2012», spiega Miglietta, «abbiamo mostrato che la temperatura del Mar Ionio era, nel momento in cui si è formato, più calda della media di 1 °C, e questo ha fatto intensificare il temporale da cui si è generato il vortice». Insomma, l’aumento della temperatura del mare sembrerebbe far aumentare l’intensità dei tornado, non la loro frequenza.

PREVISIONI.

Comunque vadano le cose in futuro, è certamente utile sviluppare sistemi che permettano di prevedere l’evoluzione di un tornado. Ma non è facile. Negli Usa, dove esistono canali tv dedicati, i meteorologi riescono a prevedere il loro percorso con una decina di minuti di anticipo: poco, ma quanto basta per permettere alla gente di fuggire dalla loro traiettoria .«Purtroppo solo in pochi Stati europei esistono procedure di allerta simili», spiega Miglietta. «Ma vista la gravità dei danni che possono causare questi vortici, sarebbe opportuno un maggiore interesse».

Antonio Reno

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